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Allattare.net di M. E. Armeni. Perché promuovere l’allattamento al seno -1

Allattare al seno è la cosa più naturale del mondo. Ma non sempre “naturale” è sinonimo di “semplice”. Esordisce così Maria Ersilia Armeni nel suo fantastico libro Allattare.net. Proviamo a chiederci perché.

L’allattamento al seno, che fino a qualche anno fa era consigliato fino ai sei mesi dall’OMS, viene oggi sollecitato, sempre dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, fino ai due anni; anche, quindi, dopo lo svezzamento. Perché allora, nonostante il dichiarato desiderio di allattamento da parte di tante mamme, indipendentemente dal tipo di parto, e dalle successive difficoltà riscontrate, c’è una grossa flessione, preferendo il latte artificiale, e poi la ricerca sfrenata allo svezzamento anticipato del bambino?

Creando un portale dedicato a questo tema, www.allattare.net, la dottoressa Armeni, pediatra, neonatologa e Presidente dell’Associazione Italiana dei Consulenti in Allattamento Materno (AICPAM), ha studiato le possibili interferenze all’interno della relazione neonato/mamma. Il latte materno, apparentemente gratuito – dice – costa in realtà alla mamma grande fatica in termini di stanchezza fisica, tempo, energia e sforzi personali, allontamento parziale dal lavoro (quando c’è), un rallentamento nella carriera, e un maggiore isolamento.

Per quello che ho potuto sperimentare personalmente, leggendo questo libro, e non avendo un lavoro, l’ultimo è sicuramente il peggiore dei problemi. È possibile constatare, infatti, che non esiste una vera rete sociale che aiuti la mamma in tal senso, soprattutto a farla sentire meno sola e a sollevarla nel mantenere attivo e costante il rapporto pelle a pelle con il suo bambino. In una società industrializzata e occidentalizzata come la nostra, sono spesso scomparse le figure di riferimento: nonne, zie, sorelle, e il contesto  sociale circostante si impegna davvero poco nel supportare le madri che fanno questa scelta. La nostra cultura è spesso ostile verso l’allattamento al seno, soprattutto quello di lunga durata, e c’è molta disinformazione sull’argomento. Talvolta le più ostili sono le famiglie con donne di precedenti generazioni che, o per necessità (dagli anni ’50 la donna ha cominciato a lavorare), o per la ricerca della parità dei diritti, hanno ceduto al latte artificiale, così comodo, pratico e nutriente. Sono le stesse nonne di oggi che sconsigliano le mamme di allattare, o di smettere al più presto, perché spesso il seno tende a diventare un vizio, il cosiddetto ciuccio. O perché il seno si rovina, o perché, dopo un certo tempo, il latte diventa acqua. La cultura dominante, così lontana dal progetto biologico che guida l’essere mamma nel suo rapporto con il cucciolo d’uomo, diventa l’ostacolo principe al dialogo mamma-figlio. Se secoli fa l’allattamento era un dovere, l’emancipazione moderna ha fatto sì che la donna si allontanasse dal suo essere nutrice anche dopo la nascita, delegando all’elemento esterno – il biberon e il latte in polvere – il nutrimento del bimbo. Nutrimento che – nel caso del seno – non è solo pasto, ma amore a tutto tondo.

 

L’ossitocina o ormone dell’amore, la prolattina e il contatto pelle a pelle

Il contatto con il bimbo appena nato stimola nella mamma l’ossitocina, un ormone prodotto dall’ipofisi. Situata alla base del cervello, l’ipofisi regola i circuiti del cervello materno, sollecitando la mamma nell’atteggiamento amorevole verso il neonato. Indispensabile, in questa fase, è il contatto pelle a pelle, che dà al bambino l’opportunità di capire e dimostrare alla mamma di cosa sente bisogno. La necessità del contatto materno e dell’odore della mamma attira il neonato e culmina nella ricerca del capezzolo. Nella cultura moderna, purtroppo, l’attenzione rivolta alla conservazione degli odori è andata scomparendo, rendendo l’allattamento complicato soprattutto nei casi di parti cesarei o particolarmente dolorosi, in cui il bambino è allontanato dalla madre e non attaccato subito al seno. Questo interferisce con la produzione di ossitocina, e dunque di prolattina, sottostimolando la produzione di latte. Ecco perché in molti casi la conseguenza del cesareo si conclude nell’utilizzo di latte in polvere. Se il seno non è stimolato a dovere, si impigrisce, e finisce con il produrre sempre meno latte. Dal canto suo il bimbo, saziato a dovere con un alimento che sarà si nutriente, ma non è il nutrimento adatto alla sua specie, finirà per saziarsi, avvertendo sempre meno la necessità di attaccarsi al capezzolo. I primi momenti sono fondamentali e la Armeni sollecita la ricerca del contatto continuo mamma-neonato. Se questo non viene interrotto, se non subentra il lavaggio con sostanze eccessivamente profumate, se la madre mantiene costante il contatto, l’offerta di latte sarà presto pari alla domanda che ne viene fatta. È raro, dice la neonatologa, che una mamma non abbia la quantità di latte necessaria per il suo cucciolo; questo capita soprattutto quando la donna non viene incoraggiata ad attaccare continuamente il bambino e, se la domanda di latte cala, cala anche l’offerta. Se adeguatamente stimolato, tuttavia, anche in presenza di allattamento artificiale, il seno ricomincerà a produrre latte, e si potrà ri-allattare anche dopo aver smesso, in qualunque momento, anche dopo mesi, o addirittura senza aver partorito! È il caso tipico delle mamme adottive. Basta un contatto pelle a pelle per 48 ore ed una stimolazione adeguata, anche con massaggi, per far sì che il seno ricominci (o cominci per la prima volta) a produrre latte. Dall’allattamento “misto” si potrà così tornare ad allattare esclusivamente al seno in pochi giorni. Occorre però aumentare il numero delle poppate, tirare il latte più volte, ed eliminare il biberon.

Parto cesareo, colostro e spremitura del latte

Chi fa parte di quelle tante donne che, come me, ha vissuto il parto cesareo, può capire quanto questo sia innaturale, tanto per il bimbo, quanto per la mamma. Al di là del fatto che è un’operazione vera e propria, il modo stesso in cui questa viene affrontata, non favorisce l’attaccamento del bambino. Il tempo trascorso tra l’operazione e il momento in cui il bimbo viene consegnato alla mamma può variare di qualche ora, e non sono affatto sicura che non si provveda al sostentamento del piccolo in qualche modo… Di solito gli viene data la soluzione glucosata, e a volte, anche se non specificamente dichiarato, del latte artificiale. La produzione di colostro, intanto, non viene adeguatamente sollecitata. Il colostro, quel prezioso alleato del bambino, che è presente solo in poche gocce, e che si forma dal secondo trimestre di gravidanza fino alla seconda settimana dopo il parto, e che andrebbe adeguatamente conservato, anche mediante spremitura. I falsi miti esistono anche in questo, perché quando si vedono poche gocce di colostro si pensa che la mamma non abbia abbastanza latte per sfamare il figlio, ma poiché l’offerta è sempre adeguata alla domanda, è necessario che quest’ultima sia alta, attaccando il più possibile (e il prima possibile) il bambino. La calata (o montata) lattea, piena e abbondante, e con la quale spesso il colostro viene confuso, avverrà solo dopo circa dieci giorni. Nel frattempo quelle poche gocce di latte, di colore che va dal giallo al bluastro, e che hanno una composizione completamente diversa dal latte maturo, sono il reale nutrimento del bambino, il più adeguato per quei primissimi giorni, e sono in quantità adeguata. Ad altissimo contenuto di globuli bianchi, beta carotene (che sarà poi trasformato in vitamina A), vitamina B12, grassi e amminoacidi, il colostro è un nutrimento prezioso. Oltre a favorire il giusto dialogo mamma-bambino, succhiare il colostro rende il confronto con la glucosata, a base di acqua e zuccheri, decisamente schiacciante!

Co-sleeping, co-bedding e rooming-in

Sulla scia del ritorno ad un rapporto sempre più naturale, sono favoriti, nel dialogo mamma-neonato: co-sleeping, co-bedding e rooming-in. Molti ospedali danno la possibilità alla mamma di dormire accanto al proprio bambino (co-sleeping), o nello stesso letto (co-bedding) ma comunque nella stessa stanza (rooming-in). La struttura va scelta in base a quello che il reparto offre. Ma spesso la disponibilità eccessiva, soprattutto dopo un cesareo, in cui  è più difficile muoversi, può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se alla richiesta di aiuto da parte della mamma il nido si offre di tenere il bimbo che piange, dandogli poi della glucosata, si creano i presupposti per una sottostimolazione del seno, e una probabile riduzione dell’offerta di latte. Se adeguatamente aiutata, invece, la mamma potrà attaccare subito al seno il proprio bambino, evitando così quei piccoli traumi che tenderebbero, nel tempo, ad allontanarlo da lei. Se si crea dall’inizio un allattamento problematico – secondo la Armeni – il latte artificiale diventa paradossalmente necessario, assumendo quello status di salvavita che gli spetterebbe solo in rare e speciali condizioni.

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