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Egoismo, altruismo ed empatia nei comportamenti prosociali

Sono egoista, impaziente e insicura. Faccio degli errori, sono fuori controllo e a volte difficile da gestire. Ma se non puoi gestire la mia parte peggiore, allora sicuro come l’inferno non mi meriti quando sono al mio meglio.
(Marilyn Monroe)

Per comportamento prosociale si intende tutta una serie di atteggiamenti che un individuo mette in atto con lo scopo di migliorare la situazione altrui. Ma le cause che spingono a questo comportamento non vengono prese minimamente in considerazione, per cui le motivazioni di base potrebbero essere tanto l’egoismo quanto l’altruismo. Non è necessario distinguere cosa muova un individuo nell’aiutare l’altro, purché lo scopo finale sia quello di migliorare la situazione di quest’ultimo. Si parlerà comunque di comportamento prosociale. Se l’azione viene messa in atto per soddisfare una situazione edonica, puramente egoistica, dunque, è indifferente, basta che sia un’azione positiva volta al bene dell’altro. Di blog sulla crescita personale è pieno il web e il mio intento non è quello di affrontare l’argomento in senso stretto; ho voluto però fare qualche riflessione personale, partendo dalla parola EGOISMO, e sul senso del dare e del ricevere. Quando ci avviciniamo a qualcuno con l’intento di aiutarlo, quanto siamo pronti a dare veramente per lui e quanto per noi stessi? E qual è la motivazione che ci spinge? Siamo realmente altruisti o il nostro è solo egoismo? Perché in tante circostanze tendiamo a metterci per ultimi nella lista, ad archiviare le nostre esigenze personali ed aiutare qualcuno che ne ha bisogno, non solo un amico, ma anche un conoscente? E qual è il nostro tornaconto? E poi: se la condizione base per il vero altruismo quello scevro dal raggiungimento di benefici personali – è l’empatia,  fino a che punto possiamo metterci nei panni dell’altro, e qual è il limite che ci protegge?


Il ruolo dell’empatia come comportamento prosociale

Pochi giorni fa ho visto un video nel quale si parlava di questo: la necessità – per noi stessi – di aiutare gli altri, fino all’esigenza primaria di renderci – per loro, ma ai nostri occhi – indispensabili. Empatia a tutto tondo, ma fino a star male. Qual è l’inghippo? L’egoismo dell’altro o il nostro egoismo e desiderio di egocentrismo? La paura di non piacere agli altri o la necessità di piacere a noi stessi attraverso di loro? Ritorniamo alla base del comportamento pro sociale empatico: cosa ci spinge ad esserci sempre per il prossimo, buttando all’aria il nostro baluardo, quel punto fermo naturale, che non dovrebbe mai mancare, ed essere invece in cima alla lista:… noi stessi? Dunque: la vera empatia motiva il comportamento prosociale? Ascoltando una giovanissima youtuber che a me piace molto, da poco laureata in psicologia, sembrerebbe che in realtà aiutare gli altri, a volte, sia proprio un’esigenza vitale ma puramente egoistica.

Se ci pensiamo un attimo, ci accorgiamo come spesso la necessità di fare la crocerossina sia motivata da un bisogno sconfinato di approvazione, accettazione, desiderio di ricerca… da parte dell’altro! Il vero giudice è dentro di noi, che, non accettandoci come persona, demandiamo agli altri il compito di essere amati e considerati; ci assumiamo così ruolo di buon samaritano. Diventiamo l’amico che capisce, accoglie, conforta. Il confidente, il sostegno di chi ha bisogno di uno sfogo. Corriamo in aiuto di qualcuno nel momento in cui “noi” riteniamo che “questi” ne abbia la necessità. Siamo egoisticamente disponibili per gli altri, alla base della nostra empatia c’è la necessità di soddisfare un bisogno innato: quello di piacere. Siamo egoisticamente empatici. Conclusione: cerchiamo di amare noi stessi attraverso gli altri, ci aggrappiamo all’esigenza di essere scelti attraverso il loro giudizio, che diventa così il lasciapassare per la nostra personale accettazione. Se non è questo alla base di una co-dipendenza, onestamente, non so cos’altro lo sia! Nascono così – e si giustificano, spesso a vita – i rapporti insani, che diventano poi rapporti malati. E non solo a livello di coppia.

 

Il sano egoismo che fa bene a sé stessi

Riflettendoci, è psicologia spicciola. Sono atteggiamenti legati a insicurezze profonde – quando non disistima – e riconducibili a carenze tipicamente infantili. Eppure, dicono, il bambino nasce perfettamente consapevole e pieno di autostima. Siamo noi adulti, i genitori, e chi gli sta intorno – le sue figure di riferimento – a correre il rischio di smontarla, tutta questa bella autostima, con comportamenti non adeguati o del tutto sbagliati. Ma qui si apre un capitolo diverso, che affronterò in seguito.

Al di là delle esperienze del tutto personali che qui ci conducono, possiamo però considerare tre cose, che possono salvarci e renderci realmente empatici, sì, ma in modo altruistico, e, contemporaneamente (e saggiamente) egoisti, sì, ma tutelando noi stessi:

1 gli altri non sempre vogliono farsi aiutare, e magari non da noi che siamo disposti a farlo; o perché stanno bene così, o non è il momento, oppure perché, semplicemente, non siamo noi le persone giuste… L’importante è non pretendere, capire ed accettare il rifiuto. Significa crescere.

2 dando loro un potere che non dovrebbero avere (non perché non lo meritino, ma solo perché deleghiamo qualcosa che spetterebbe a noi: AMARCI!) cediamo (e concediamo) ad altri lo strumento che ci fa soffrire quando le cose non vanno come vorremmo. Ci sentiamo allora feriti perché doppiamente rifiutati. Dove il rifiuto principale, tuttavia, sta in noi, nella mancata accettazione del nostro modo di essere. Se alla base l’autosabotaggio parte da noi, il rifiuto di essere aiutato da parte dell’altro è l’indice che a volte lo si può spezzare, questo autosabotaggio, e prendere una nuova strada, più sana ed egoistica. Quella del sano egoismo che fa bene a sé stessi. Non solo dire di no, ma non proporsi, se non è necessario farlo.

3 non ci farebbe male abbassare l’asticella dei nostri obbiettivi presunti, accettare che siamo umani e che, egoisticamente, dobbiamo imparare a volerci bene. E, questo, indipendentemente da quello che ci è stato insegnato da piccoli. Perché, ormai, siamo adulti alla ricerca di consapevolezza.

Guardare in faccia la realtà, accettare serenamente quello che siamo riusciti a fare, il nostro punto d’arrivo, sono un aiuto nell’imparare ad amarci, e, piano piano, a riprenderci noi stessi e quella parte che ci è stata tolta o negata dal principio.

Un piccolo segreto per riuscirci, però, e questo lo sperimento io sulla mia pelle, giorno per giorno, è tener sempre presente l’inizio, il punto da cui siamo partiti. E osservare il cammino, tutta la strada che abbiamo fatto. Lunga, difficile, piena di ostacoli, ma è la strada che abbiamo scelto per crescere, acquisendo quel pizzico di coscienza in più, un granello di saggezza che vada ad aggiungersi al cumulo di esperienze, di vite vissute, e che ci renda più egoisti, ma con la gioia di esserlo. Essere consapevoli, allora, sta nel riconoscere che prenderci qualcosa per noi non fa bene solo agli altri – che impareranno a rispettarci di più – ma soprattutto a noi stessi, che impariamo a volerci bene, senza un tramite  -“l’altro”-, ma solo accettandoci per quello che siamo.
V

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