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Come fare l’enteroclisma ad un bambino

È possibile fare l’enteroclisma ad un bambino? Certamente, anche se la cosa non è semplicissima, soprattutto le prime volte. Vi ricordate quando da bambini si faceva la classica “peretta”? Il clistere era d’obbligo, perché non andavamo al bagno ormai da due, tre giorni, e la mamma o la nonna ricorreva al vecchio rimedio dell’acqua tiepida infilata nel sederino con una piccola pompetta, che ci aiutava finalmente a liberarci… Mi piacerebbe tanto poter dire “quanto l’ho odiata!”… E invece, no. Perché, nel mio caso, mia madre non la utilizzava. Per ignoranza, ma forse più per negligenza, credo. Purtroppo preferiva darmi quell’odiosa compressa alla prugna, il confetto Falqui – credo che esista ancora – quando la pancia mi faceva male già da un pò, ma la tanto amata cacca non riusciva proprio a scendere, e io davvero non ne potevo più.

Peccato che io stessa ci abbia messo del tempo a capire come funzionava il mio intestino… Così, tra il consumo regolare di latticini – che mi rovinavano, ma secondo tutti mi facevano bene – l’aria nella pancia e il fatto di non riuscire a defecare, tra confetti Falqui e qualche supposta di glicerina, mi sono ritrovata a scoprire l’enteroclisma che ormai ero davvero molto grande. Ma non posso dire lo stesso per mio figlio. Per fortuna, anche mio marito da bambino era stato abituato ad eseguire questa pratica con la classica pompetta. In realtà, il clistere, che a molti sembra così strano, ha origini antichissime, e risale a quando pasticche e purghe non esistevano nemmeno.

Qualche anno fa, poi, abbiamo visto i video di Salvatore Paladino, e mi sono abituata a comprendere quando l’enteroclisma è davvero necessario. Le sue parole nascondono sempre una grande verità: il ritorno alla vita più naturale è qualcosa di tanto agognato quanto inevitabile. A volte non ce ne rendiamo conto, perché proprio non vogliamo ascoltare il nostro corpo, ci piace troppo raccontarci delle balle, trovare le soluzioni più semplici, piuttosto che andare dritti al punto e affrontare il problema. Come nel caso dell’intestino, che va – regolarmente – svuotato. Soprattutto quando il sovraccarico porta alla costipazione. L’enteroclisma diventa allora la cosa più semplice.

Spesso, nei bambini piccoli, per un mal di pancia, basta favorire l’evacuazione, con un po’ di acqua calda e camomilla o limone appena spremuto. E non c’è nulla di drammatico! Non servono né supposte né confettini, ma solo una semplicissima “spintarella” di acqua.

La spiegazione di Paladino è molto semplice: il cibo che mangiamo, a volte pesante, ricco di nutrienti poco utili al nostro organismo, a volte troppo abbondante rispetto a quanto richiesto dal corpo, fa fatica ad essere eliminato e crea putrefazione. Essendo l’intestino un secondo cervello, l’impulso viene trasmesso al corpo, che ne manifesta il disagio facendo aumentare la temperatura. Dapprima si ha una febbre “addominale”, poi estesa a tutto il corpo. In questo secondo caso è utile abbassarla con delle pezze bagnate poste in punti strategici, fino a raggiungere la temperatura corporea (37 gradi circa) e solo dopo si procede con l’enteroclisma, utilizzandone uno dei più semplici, in gomma pieghevole. Il suo costo è irrisorio, intorno ai dieci euro.

Il clistere viene eseguito in due fasi.
Per i bambini fino ai due anni, il massimo è 200 ml di acqua in due getti separati. Per i bambini più grandi, si può riempire la sacca invece fino a mezzo litro, sempre in due volte. Si può fare tutto di camomilla, o solo di acqua con il succo di mezzo limone fresco nel primo caso, e di uno intero nel secondo. La posizione migliore da assumere sarebbe quella distesa, sul fianco destro, e massaggiare poi sulla pancia in senso orario. Non sempre però il bimbo riesce ad assumerla, o a stare fermo. Può andare bene anche alzargli le gambine, e inserire il tubicino da sotto. Bisogna, ovviamente, vedere anche come il piccolo reagisce. Sicuramente all’inizio piangerà e strillerà, ma poi, al momento in cui l’intestino si svuota, sentirà il pancino rilassarsi e si accorgerà di quanto questa pratica lo abbia alleggerito. È importante eseguire la pratica con molta dolcezza. Per un bimbo piccolo il sorriso del genitore è rassicurante. La cosa peggiore è lasciarsi prendere dal panico. Soprattutto perché è una pratica naturalissima, antichissima e… ricordiamocelo: È SOLO ACQUA!

Io personalmente non consiglio la peretta, perché la trovo scomoda. La più piccola non contiene abbastanza acqua, invece le più grandi sono difficili da gestire, soprattutto se si è da soli. Basta comprare un enteroclisma da viaggio di quelli pieghevoli, trasparenti, e dotati di rubinetto: si regola il livello dell’acqua e la velocità con cui scende. Si chiude quando abbiamo raggiunto il livello.

Non esiste una regola temporale nel fare un enteroclisma, ma credo che sia necessaria una regolarità nel suo utilizzo. In genere almeno una volta ogni mese-mese e mezzo permette al bambino di espellere le tossine che ristagnano nel corpo e che potrebbero poi fargli alzare la temperatura. Insomma, se si esegue questa pratica quando un bambino non ha ancora la febbre alta, forse è meglio…
Dobbiamo solo imparare a comprendere i segnali del corpo. Nel caso di mio figlio, ci siamo accorti che ne ha bisogno quando ha gli occhi un po’ lucidi e il pancino caldo, ma ancora non ha febbre. Perché l’enteroclisma non va mai fatto quando la temperatura è alta, è sempre necessario farla abbassare prima. Oppure un altro sintomo potrebbe essere il naso che gocciola, o ancora una tosse continua, tipo tosse canina. Ma potrebbe avere anche una piccola dermatite, o un semplice brufolo. Questi piccoli inconvenienti, per la nostra esperienza di mamma e papà, indicano sempre un ristagno di tossine. Ma è chiaro che si tratta di esperienze personali, e nel caso di altri bimbi, solo il genitore può capire se il figlio sta male.

Nei giorni successivi al lavaggio intestinale, dobbiamo ricostruire la flora batterica che siamo andati in qualche modo ad alterare. E come facciamo? Con tanti tanti succhi di frutta e verdura! Spremute, centrifugati, estratti. Basta che il bimbo assuma soprattutto alimenti crudi, perché vivi. Nel caso degli estratti, sono in assoluto i migliori, perché vanno a nutrire direttamente le cellule, essendo privi di fibra. Il corpo viene nutrito di acqua, sali minerali e vitamine e i batteri buoni andranno a riformare la flora batterica. L’intestino, così, alleggerito dagli scarti che faceva fatica a eliminare, ricomincerà a lavorare da solo. C’è anche chi usa i probiotici. Per la mia esperienza non ne ho mai usati, ma è sicuramente una scelta soggettiva.

Ho letto molto sulle cosiddette “pratiche” che nel passato venivano eseguite forzatamente sui bambini, tra cui anche l’enteroclisma, e ci sono alcuni autori che le condannano. In particolare, mi ha colpita una nota di Alice Miller, che contesta duramente il clistere. Non mi trovo d’accordo. Con tutto il rispetto per questa grande psicologa, che io amo per la sua profonda arguzia e conoscenza dell’animo infantile, rimango di questa idea: ci sono cose che vanno insegnate, con l’esempio dei genitori e con dolce fermezza, fin da bambini, perché si impari a gestire meglio il proprio corpo e, crescendo, ad ascoltarsi e a capirsi, affrontando i problemi quando si presentano. Intendiamoci: fare un enteroclisma non è una cosa divertente, soprattutto le prime volte, e non deve diventare una quotidianità, ma bisogna essere consapevoli che ogni tanto va fatta.

Penso che la Miller nei suoi scritti si riferisca alle numerose pratiche che – andando ben al di là di questa -rimandano alla cosiddetta pedagogia nera. Era l’epoca delle punizioni corporali, delle manipolazioni e delle costrizioni in genere, delle mortificazioni e dell’assoggettamento del bambino al controllo psicologico e fisico da parte dell’adulto. L’intento comune era quello di inculcare rispetto e timore – quando non paura – all’interno del rapporto genitoriale. Nel frattempo, per fortuna, la pedagogia si è aperta verso linee più morbide, con la nascita di un rapporto basato sull’ascolto e sul dialogo con i figli, ma soprattutto, dalla . Da autori come Bettheleim (“Un genitore quasi perfetto”), in cui il genitore diventa empatico, si arriva a scritti come “Io mi svezzo da solo” di Lucio Piermarini , basato sull’autosvezzamento del bambino: sull’introduzione del cibo secondo il sentire del piccolo, ma sotto l’occhio attento del genitore. Nulla a che vedere con un passato in cui si pensava alla produttività, alla crescita economica, ma poco era incentrato sulla crescita personale, che è invece alla base delle ricerche attuali.

In realtà penso che se riuscissimo a vivere davvero secondo le regole igienistiche – o anche naturistiche – in un ambiente “puro” e non ricreato e malsano come quello cittadino, se riuscissimo ad avere un’alimentazione SANA, equilibrata, naturale, viva… probabilmente non ci sarebbe neppure bisogno di coprare un enteroclisma. Ma, pur stando attenti a quello che mangiamo e respiriamo, facendo sport e ossigenando bene il cervello, dobbiamo venire a patti con il mondo che ci circonda. Non siamo nel mondo delle favole, né in un’Eden. Il nostro è un ex paradiso, ormai contaminato da inquinamento ambientale e cibi artefatti, che a volte introduciamo proprio  perché costretti. Non sempre si può essere asociali partecipando a una festa e chiedendo la spremuta d’arancia quando ci sono solo Coca cola e patatine fritte! Né possiamo privarne i nostri figli, impedendo loro di vivere quelle situazioni che creano comunità. La socializzazione è legata spesso al cibo, il più delle volte ipertrattato. Così, facciamo, di volta in volta, quello che possiamo, e corriamo ai ripari prima che sia troppo tardi. E credo che, come a volte si reputi utile l’integrazione di alcuni nutrienti (vitamine, sali minerali, ecc.) anche la pulizia di un corpo intasato, se fatta nel modo corretto, periodicamente sia indispensabile e molto più in linea con la natura rispetto a quasiasi supposta, lassativo o purga di altro tipo.
V

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